BREXIT: A  che punto siamo?

Aggiornamenti 11/04/19

Brexit: ufficiale il rinvio al 31 Ottobre 2019

Ancora un altro slittamento. L’Unione Europea estende la deadline per la Brexit al 31 Ottobre 2019. La proroga è stata concessa dai vertici europei dopo il colloquio avvenuto tra quest’ultimi e la Premier britannica Theresa May. Il capo del governo inglese ha però dichiarato che “si potrebbe trovare un accordo interno anche prima del 22 Maggio” (un giorno prima delle elezioni europee).

Aggiornamenti 27/03/19

Brexit: la Camera dei Comuni prende il controllo. Theresa May si dimetterà?

Sono ore cruciali quelle che attendono prossimamente il Parlamento e la premier britannica Theresa May. La Camera dei Comuni ha preso il controllo dell’iter per la Brexit dalle mani del governo. Oggi i deputati sono chiamati a dire la loro con una serie di “voti indicativi” sulle modalità di uscita del Regno Unito dall’UE, ma che dovranno essere coerenti con il piano originale del 2016.

Nel frattempo Theresa May quest’oggi incontrerà il gruppo parlamentare dei Conservatori e, in base a molti rumors, potrebbe offrire le sue dimissioni in cambio dell’appoggio al suo accordo per la Brexit proposto qualche mese fa. Intanto si allarga sempre di più la frangia dei sostenitori, anche interni al Parlamento, che spinge per un “referendum-bis”.

Aggiornamenti 15/03/19

Brexit: la May chiede il rinvio della deadline al 30 giugno 2019

Dopo la sconfitta in Parlamento dello scorso 12 Marzo, la premier britannica Theresa May prende tempo, e anche un po’ di fiducia. Con l’appoggio della Camera dei Comuni, la May ha ottenuto una mozione a procedere per la richiesta di rinvio della deadline della Brexit dal 29 Marzo al 30 Giugno 2019 all’UE. L’obiettivo è quello di riproporre, per la terza volta in pochi mesi, il voto di ratifica della proposta di accordo di divorzio raggiunto con Bruxelles a Novembre. Spetterà al leader dei 27 Paesi membri dell’Unione Europea la decisione se accettare o meno la richiesta del governo britannico.

Aggiornamenti 13/03/19

Ancora una sconfitta per Theresa May in Parlamento

Martedì 12 Marzo Theresa May ha subito un altra dolorosa sconfitta. Il parlamento britannico ha respinto ancora, con 391 voti contrari e 292 favorevoli, la proposta della premier britannica per l’accordo sulla Brexit. A 16 giorni dalla deadline del 29 Marzo, gli scenari sono sempre più imprevedibili, e molto dipenderà dalla volontà dei tre “attori” in scena: Theresa May, il parlamento britannico ed i vertici dell’UE.

Aggiornamenti 06/03/19

John Deal ottimista su possibile accordo Brexit

I negoziati tra UE e governo britannico sulla Brexit sono ripresi da poche ore e tra ipotesi di no-deal, proroghe della deadline e referendum-bis, c’é ancora chi non ha perso un cauto ottimismo. Proprio come il ministro degli esteri inglese John Deal che, in un intervista, ha dichiarato di intravedere “segnali ragionevolmente positivi da varie capitali europee“. Poi ha aggiunto: “La speranza è che il governo britannico non resti intrappolato a tempo indeterminato in unione doganale europea in caso di backstop”.

Aggiornamenti 20/02/19

Sette deputati del Labour lasciano il partito

Nel Labour di Jeremy Corbyn non tutti remano nella stessa direzione. E’ di pochi giorni fa la notizia dell’uscita di ben sette deputati dal partito labourista. Le motivazioni di tale “ammutinamento” nei confronti del leader sono da cercare nell’approccio alla Brexit, ma non solo. L’approccio ambiguo di Jeremy Corbyn nei confronti dell’uscita del Regno Unito dall’UE non è piaciuto. Inoltre i sette dissidenti hanno duramente criticato il presunto approccio antisemita e radicale preso dal Labour nelle ultime settimane, assieme alle prese di posizione in materia di politica estera. Mike Gaspes, Angela Smith, Ann Coffey, Gavin Shuker, Chris Leslie e Luciana Berger formeranno un gruppo indipendente in Parlamento nei prossimi giorni.

Aggiornamenti 05/02/19

La Merkel apre alla May: “Possibile accordo su Backstop, ma serve buona volontà”.

Nelle scorse ore Angela Merkel ha aperto uno spiraglio di luce nell’ombra che avvolge il governo di Theresa May, alle prese con le spinose modalità di attuazione della Brexit. La cancelliera tedesca ha dichiarato che “c’è bisogno di venirsi incontro l’un altro, ascoltandosi a vicenda al fine di venire incontro sulle cose che abbiamo di fronte”. La Merkel ha poi aggiunto che questioni come il Backstop potrebbero essere discusse attorno ad un tavolo tra UE e Regno Unito.

Aggiornamenti 31/01/19

Juncker gela la May: “L’accordo con l’UE non è rinegoziabile”.

Nelle scorse ore il presidente della Commissione UE Jean Claude Juncker ha riferito, durante la seduta al Parlamento Europeo sulla Brexit, che gli accordi precedentemente stipulati su quest’ultima tra Theresa May e l’Unione Europea non sono assolutamente rinegoziabili. Juncker ha affermato che l’accordo attuale “resta resta il solo e il migliore possibile, lo abbiamo detto a novembre, ribadito in dicembre e poi a gennaio”. La situazione quindi non cambia, o meglio, non si sblocca, nonostante il voto alla Camera dei Comuni di pochi giorni fa che aveva bocciato la proposta per la Brexit di Theresa May. Ora si attende un vertice tra la Premier britannica e Jeremy Corbyn, leader del partito labourista, per l’elaborazione di un Piano B che scongiuri l’ipotesi di un uscita del Regno Unito dall’UE attraverso il “No Deal”.

Aggiornamenti 15/01/19

Ancora grane per la May: nuova sconfitta in Parlamento. Il 15 Gennaio Bruxelles dirà la sua.

La Brexit è nello stallo più totale. Pochi giorni fa la Premier britannica Theresa May ha subito una nuova e roboante sconfitta in Parlamento. La Camera dei Comuni, con una maggioranza di 308 voti favorevoli e 297 contrari, ha approvato un emendamento che obbliga la May a presentare un “Piano B” per l’uscita del Regno Unito dall’UE. Tutto questo è legato a doppio filo al 15 gennaio, data in cui il Parlamento Europeo esprimerà la sua definitiva opinione sul “Piano A” presentato poche settimane fa. Da questa data in poi, la Premier inglese avrà tre giorni di tempo per elaborare e proporre un alternativa valida e concreta, in caso di mancato accordo con i vertici di Bruxelles. Ciò presuppone che la scadenza potrebbe essere fissata al 21 Gennaio, poiché si tratta di tre giorni lavorativi. Questo limite di tempo è stato voluto e imposto dall’emendamento presentato dai Laburisti ed approvato lo scorso 8 Gennaio. Questo emendamento prevede anche che, in caso di mancato accordo con l’UE (cosa sempre più probabile), il governo britannico non possa intervenire sulla tassazione senza l’approvazione del Parlamento.

Aggiornamenti 11/12/18

CAOS: Theresa May rinvia il voto e tenta un ultimo negoziato con Bruxelles

Lunedì inizia male a Westminster, un bel rinvio al voto da parte della May: domani, 11.12, era prevista la votazione sull’accordo che Theresa May aveva ottenuto con l’Unione Europea, ma ad un giorno dalla riunione, May ha chiesto di rinviare la votazione perché sicura di perdere in Parlamento. Uno scenario incredibile quello successo durante la riunione, che mette in cattiva luce il governo May; le critiche non si son fatte aspettare, c’e chi parla di un vero e proprio fallimento, due anni di trattati ed il risultato è di un rinvio al voto:

“Il Governo è in scompiglio, l’incertezza si sta creando tra gli affari, le persone sono preoccupate di capire cosa succederà con il loro lavoro ed è solo colpa di questo Governo caotico e disorganizzato. Il Primo Ministro, sta cercando di guadagnare un’ultima possibilità di salvare l’accordo, se non terrà in conto il cambio fondamentale che occorre fare, è bene che abbandoni e lasci spazio a chi può!” Jeremy Corbyn è il leader del partito laburista britannico.

Parole dure quelle del leader, che vengono appoggiate dalla maggioranza dei presenti;

Intanto questo annuncio fatto da Theresa May ha fatto crollare il valore della Sterlina di un altro 0,8% sull’euro, il minimo da tre mesi.

L’EU ha confermato inoltre che la Gran Bretagna può ritirarsi dall’accordo Brexit unilateralmente senza nessuna conseguenza.

  • Theresa May ha tempo fino al 21 Gennaio 2019 per portare al voto in Parlamento un nuovo piano d’azione Brexit; quindi quali saranno le conseguenza e scenari possibili ora? Andiamo ad analizzarli:
  • Vittoria: quindi May presenta un nuovo accordo Brexit al Parlamento inglese ed ottiene la maggioranza, con ciò rimarrebbe al Governo ed il Regno Unito uscirebbe dall’EU come stabilito il 29 Marzo 2019;
  • Mozione di sfiducia: Il partito laburista potrebbe presentare una sfiducia al governo già domani, 11.12, quindi si riandrebbe alle votazioni per eleggere il nuovo Governo che poi prenderà a carico la questione Brexit;
  • Dimissioni May: Scenario un po’ meno probabile ma non da escludere visto quello che succede; se ciò accadesse però, sarebbe un grosso problema in quanto il partito è così frazionato che non c’è un candidato che avrebbe il sostegno necessario;
  • No Deal: quindi se il parlamento rifiuta l’accordo preso da May, si potrebbe non avere un accordo, in questo scenario sarebbe devastante per l’economia inglese e non rassicurerebbe per nulla i cittadini inglesi che attendono da due anni un accordo per poter uscire in modo sicuro dall’Unione Europea;
  • Nuovo Referendum: questo sarebbe lo scenario più remoto, è un idea che ha preso piede nelle ultime settimane, Theresa May ovviamente è contro dicendo che sarebbe una mancanza di rispetto per il giudizio popolare espresso nel 2016, ma c’è chi la vede invece come una possibilità di rivotare avendo a disposizione più conoscenza sull’argomento Brexit.

Tu cosa ne pensi? Sei Pro-Brexit o Contro-Brexit?

Faccelo sapere nei commenti in basso alla pagina.

Aggiornamenti 8/12/18

L’accordo sulla Brexit con l’UE ancora non c’é. E la posizione di Theresa May è sempre più in bilico.

Gli ultimi giorni sono stati quelli che probabilmente segneranno il futuro della Brexit e, di conseguenza, di Theresa May. L’11 Dicembre il Parlamento Europeo chiarirà definitivamente la sua posizione, e la speranza che venga approvato l’accordo proposto dalla premier britannica è sempre più remota. Tale situazione ha portato significative turbolenze anche e soprattutto a Londra, dove negli scorsi giorni la maggioranza si è sfaldata, e l’esecutivo è stato battuto per ben tre volte. Proprio il Parlamento britannico sembra voler guardare al futuro e scongiurare l’ipotesi del “No Deal”. Alcuni addetti ai lavori sussurrano che molti deputati stiano lavorando in gran segreto per portare la Brexit verso un opzione “norvegese”: tale opzione prevederebbe sì l’uscita del Regno Unito dall’UE, ma garantirebbe la presenza nel mercato unico. Niente di ufficiale, ma sarebbe un ipotesi da non sottovalutare, poiché scongiurerebbe, almeno in teoria, scenari economici catastrofici.

Aggiornamenti 15/11/2018

Si dimette il ministro dei trasporti Jo Johnson

In attesa che l’UE trovi un accordo con la Gran Bretagna per la Brexit, a far discutere sono le ultime dimissioni registrate all’interno del governo di Theresa May. L’ultima defezione è stata quella di Jo Johnson, ministro dei trasporti e fratello minore di Boris Johnson. Al contrario di Boris (convinto sostenitore dell’antieuropeismo), però, Jo ha abbandonato poichè, appoggiando da sempre la permanenza della Gran Bretagna all’interno dell’UE, considera l’eventuale accordo con quest’ultima (Chequers Plan) deleterio per il proprio Paese. Ad ogni modo, le dimissioni dell’ex ministro dei Trasporti benzina sul fuoco del governo May, che in precedenza ha già dovuto affrontare ben 17 defezioni tra ministri ed ex parlamentari. Secondo alcune indiscrezioni, la premier britannica avrebbe trovato un accordo “segreto” con l’UE, ma che di fatto gioca a vantaggio di Bruxelles; un accordo che contempla la possibilità di unione doganale per tutto il Regno Unito. Il piano di Theresa May sarebbe proprio quello di puntare sugli europeisti, andando al voto alla Camera dei Comuni nelle prossime settimane, facendo pressione sulle decine di laburisti “moderati”. Ma l’incertezza regna sovrana, ed ogni scenario non è da escludere a priori. Nella sua lettera di dimissioni Jo Johnson ha addirittura proposto un secondo referendum per i cittadini, ma questa possibilità è stata respinta con forza da Downing Street.

 

L’uscita del Regno Unito sarà ufficiale il 29 marzo 2019, ma va trovato un accordo entro novembre. E la strada è in salita.

A distanza di quasi due anni e mezzo dalla Brexit (23 giugno 2016), gli accordi tra Unione Europea e Regno Unito non sono ancora stati trovati. Una situazione problematica, ma ampiamente prevedibile. Di certo una bella gatta da pelare per il primo ministro britannico Theresa May, che si trova ad affrontare i pareri negativi dei Capi di Stato europei e quelli interni al Parlamento britannico e all’opinione pubblica inglese. Ma qual’è la situazione che si è andata a delineare negli ultimi mesi? Quali sono gli scenari possibili in caso di mancato accordo tra UE e Gran Bretagna? Facciamo ordine.

 

La bocciatura del Consiglio europeo di Salisburgo

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Lo scorso 20 settembre il primo ministro britannico Theresa May ha subito una brutta bocciatura da parte del Consiglio europeo di Salisburgo. Il parere negativo dei maggiori leader europei del consiglio ha riguardato il piano di uscita del Regno Unito dall’Unione Europea proposto dalla May, chiamato Chequers Plan. Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, ha riferito a tutti i presenti che il piano proposto non potrebbe funzionare in alcun modo. Molti giornali britannici hanno attaccato la sua posizione, ed il Guardian ha addirittura avanzato un’ipotesi di imboscata alla May, pensata ed attuata da Emmanuel Macron ed Angela Merkel. Ma cos’è il Chequers Plan?

Il Chequers Plan

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Il Chequers Plan è il piano elaborato e proposto da Theresa May per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Tale piano aveva provocato uno scossone all’interno dello stesso partito del premier britannico portando, lo scorso luglio, alle dimissioni del ministro per la Brexit David Davis e del ministro degli esteri Boris Johnson. Quest’ultimi erano contrari alla proposta della May, definita troppo morbida e permissiva nei confronti dell’UE. Il Chequers Plan non è altro che un compromesso tra un “Hard Brexit”, ossia un uscita secca e decisa dall’Unione Europea, e una “Soft Brexit”, che permetterebbe di beneficiare ancora di agevolazioni di cui godono gli altri Paesi membri. Analizzato più nel dettaglio, il Chequers Plan permetterebbe la libera circolazione di merci attraverso il confine irlandese e che UE e Regno Unito concordino, nei prossimi 20 mesi, un accordo per la circolazione delle merci su tutto il territorio britannico senza controlli. L’Unione Europea è contraria, poiché in tal caso il Regno Unito avrebbe un accesso privilegiato al mercato unico europeo. Privilegio al quale, con il referendum sulla Brexit, avrebbe rinunciato.  La questione più spinosa del Chequers Plan, però, riguarda la situazione di Irlanda ed Irlanda del Nord.

Il problema del confine tra Irlanda ed Irlanda del Nord

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La Brexit è legata a doppio filo alla questione del confine tra Irlanda ed Irlanda del Nord. La prima è a tutti gli effetti membro dell’Unione Europea. La seconda fa parte del Regno Unito. Tra questi due Paesi, quotidianamente, circolano in maniera libera merci e persone. L’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea e, quindi, dall’unione doganale europea, prevederebbe (in teoria) controlli serrati al confine tra le due “Irlande”. Entrambe le parti hanno voluto rassicurare l’Irlanda, promettendogli che anche in caso di mancato accordo sarà attuato il “piano B”, che garantirà che i confini irlandesi rimangano liberi. Anche il ministro degli esteri irlandese Simon Coveney si è detto d’accordo su questa soluzione. Tuttavia, su questo “piano B” UE e Regno Unito non sono d’accordo su come attuarlo. Per quanto riguarda l’Irlanda del Nord, l’ Unione Europea e Theresa May hanno pareri discordanti. La prima vorrebbe proporre una sorta di statuto speciale: confini aperti e controlli speciali per le merci che viaggiano via mare. Il primo ministro britannico, però, ha rifiutato questa proposta dell’UE, ripetendo in più occasioni che non intende isolare l’Irlanda del Nord dal resto del Paese.

 

Lo scenario più difficile: il No Deal

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Dato il pessimismo di questi giorni, il quesito che si pongono addetti ai lavori ed opinione pubblica è il seguente: cosa succederebbe se UE e Regno Unito non raggiungessero un accordo? Il No Deal (letteralmente: nessun accordo) è tra tutti gli scenari derivanti dalla Brexit quello meno auspicabile, in quanto sarebbe di difficile gestione, ma non improbabile, poiché per il momento l’Unione Europea e Theresa May non sembrano trovare un accordo che soddisfi entrambe le parti. Pochi giorni fa il governo britannico ha nominato il deputato conservatore David Rutley a sottosegretario del ministero dell’ambiente, dell’alimentazione e degli affari rurali. Nel caso di mancato accordo per la Brexit tra Regno Unito ed Unione Europea, Rutley dovrà occuparsi della distribuzione di cibo e medicinali: un eventualità quasi apocalittica, ma mai smentita da Londra. Le paure più grandi da parte del governo e dei cittadini del Regno Unito riguarda il porto di Dover, dove annualmente transita circa il 17% del valore complessivo dei beni commerciati della Gran Bretagna. Richard Christian, responsabile delle comunicazioni del porto, ha affermato che, in caso di No Deal, “gli scaffali dei supermercati resterebbero vuoti, e le aziende non potrebbero costruire automobili”. Ad ogni modo la sensazione è che, come affermato da Donald Tusk, il prossimo consiglio europeo di ottobre sarà decisivo per trovare un accordo definitivo sulla Brexit che, stando agli ultimi aggiornamenti, sembra molto difficile.

Michele Capolupo